Parigi val bene una Messa (e 5 ottime ragioni per concederti una fuga dal quotidiano)

LamiaParigi_cambiamento_viaggio_2015

Parigi val bene una Messa, sosteneva nel 1594 il protestante Enrico di Navarra, quando decise di convertirsi al cattolicesimo, pur di conquistare il Regno di Francia.
Questo antico detto sta a significare che i sacrifici e le rinunce fanno meno paura, se fatti in nome di una causa che ci sta veramente a cuore.

La mia prima volta a Parigi risale a diversi anni fa, mentre vivevo e studiavo a Milano per alcuni mesi.
Avevo da poco compiuto 30 anni, ottenuto con fatica un’aspettativa dal primo impiego serio, un contratto a tempo indeterminato per un’importante multinazionale di celebri bevande, trascinato avanti per troppo tempo tra sensi di colpa e rassegnazione.
Un lavoro commerciale stressante e a volte alieno per chi, come me, sentiva di avere davanti una strada del tutto diversa da percorrere.

Vinsi un assegno come borsista per un facoltoso Master a tema Moda e non ho potuto evitare di accettare la sfida. Di quegli intensi e frizzanti mesi Milanesi, ricordo soprattutto le lunghe ore in colorate aule di Bovisa, le “schiscette” trasportate al volo sul trenino, la grande casa dai soffitti alti in Brera e il soppalco in subaffitto con la mia migliore amica, un’altalena di nuove scoperte e di confortanti affinità elettive con alcune delle mie compagne di corso.

Hai presente l’improvvisa consapevolezza di essere esattamente là, dove volevi essere da tempo, con chi avresti da sempre desiderato incontrare e così via?

Milano durante i mesi del Master, così come Parigi al mio primo viaggio, erano esattamente accomunate da questa piacevole e nuova sensazione.

Passages Couverts e concept store ( Colette, uno per tutti!), boutique mono marca del lusso realizzate dai più grandi archistar, piccoli brand di nicchia da scoprire e coltivare, l’avveniristica architettura e l’arte contemporanea della Défense accanto ai più grandi artisti europei: una tentazione troppo forte a poche ore di TGV, un sogno contemporaneo a portata di qualche ora di treno, alzi gli occhi al finestrino e sei alla Gare de Lyon.
Ed è proprio con lo spirito dei turisti, che si scoprono viaggiatori, che abbiamo vissuto quel lungo week end di pausa dalle mie lezioni, io e Lo Scultore, a zonzo per la Ville Lumiere.

Avevo da poco compiuto 30 anni ed ero una giovane donna che si stava affacciando alla professione dei suoi sogni, con un futuro incerto e forse migliore e, ancora una volta, pronta al cambiamento.

Parigi mi è rimasta nel cuore, con il suo sapore dolciastro ma irresistibile di macaron: un sogno troppo grande da assaporare in quel sol boccone.

È parso perciò naturale pensare a questa meta quando, a distanza di cinque anni da allora, con un nuovo impiego aziendale in un settore diverso dalla Moda, mi sono ritrovata nuovamente di fronte ad una svolta, inizialmente questa volta imposta e non frutto della mia razionalità, avrei capito solo in seguito quanto nulla di realmente importante nelle nostre vite sia frutto del caso.

Licenziata dall’oggi al domani, senza possibilità di mantenermi ancora per molti mesi in città, una convivenza da poco avviata sui monti, con i suoi alti e bassi, mentre bussava alla porta un’estate per me “atipica”: nessun grande viaggio in programma e in cambio una vita confusa tutta da riprendere in mano.
Ho sentito forte in quel momento il richiamo di una meta, un obiettivo anche piccolo ma piacevole, al dolce sapore di macaron, tutto per me, che mi aiutasse ad accettare con più serenità la mia nuova condizione.
Disoccupazione. Una parola grave dal suono distorto.

In principio avevo pensato ad un viaggio in solitaria, di quelli fatti alla ricerca di sé stessi, però ad essere del tutto sincera, appartengo alla scuola di coloro per i quali “la felicità non è tale se non condivisa” perciò ho scelto una sana via di mezzo, almeno per me. Ho scelto una meta ricca di spunti e stimoli a me cari( fotografia, moda, architettura) con la possibilità di trascorrere giornate solitarie, a mio gusto e qualche ora con una tra le persone a me più affini in questi ultimi anni.
Parigi sarebbe stata così anche l’occasione per rivedere Vanessa, un’amica conosciuta all’inizio del mio viaggio virtuale verso la conoscenza di me, nell’ambito di un bellissimo corso online della coach Made in Turin Gioia Gottini.

Ligure di nascita ma Torinese di adozione, Vanessa ha deciso di seguire suo marito trasferendosi a Parigi, proprio qualche mese prima del mio arrivo a Torino: la distanza non ha frenato l’evoluzione della nostra amicizia e con lei ho inaugurato la gioiosa abitudine delle colazioni in Skype. Come due fedeli Buddy, io e Vanessa ci siamo confrontate per mesi, incoraggiate su scelte e cambiamenti, raccontandoci le rispettive vite davanti alla nostra tazza di tè al mattino, con i volti sfatti e gli occhi brillanti di gioia. Una bellissima conferma di quanto le amicizie vere possano nascere (anche) online, eccome!

Come me comunicatrice per titolo di Laurea e per passione, una grande viaggiatrice, Vanessa ha deciso di lasciarsi alle spalle Torino e una realtà professionale da dipendente in agenzia ormai troppo stretta da tempo, per tentare con una socia italiana un’avventura imprenditoriale.
Un anno fa ha inaugurato le porte di una piccola Boutique di maglieria in cachemire e lana 100% Made in Italy  proprio a Parigi, nel cuore del Marais.

Vederla in azione in boutique con le sue clienti ed ascoltarla parlare un ottimo francese è stata un’epifania: la felicità personale e  l’equilibrio interiore possono rispondere a nomi diversi dai titoli altisonanti e da certi consolidati modelli professionali che società e famiglia ci trasmettono e, in alcuni casi, impongono.

Progettare una breve fuga dal quotidiano, nella quale si inseriscano visite e coccole pianificate a  tuo gusto, lasciando però spazio ad una sana e stimolante libertà di cambiare programma in base all’umore del momento, può sicuramente esserti di aiuto per uscire da schemi ripetitivi e pensieri ossessivi che alla lunga possono essere nocivi.

Personalmente negli ultimi mesi mi ha aiutata moltissimo a:
tollerare momenti bui da vuoto lavorativo, visualizzando quanto di bello sarebbe arrivato;
superare il senso di colpa del ” sono stata licenziata perciò nulla di bello mi è concesso“;
accogliere con gioia i piccoli lavori temporanei, anche come cameriera, i cosiddetti” bridge jobs” , il cui valore intrinseco per la nostra crescita personale, è spiegato in modo delizioso dalla mitica Coach d’Oltreoceano Marie Forleo in questo video.
uscire dalla bolla delle convinzioni limitanti di amici, parenti, partner, ex-colleghi per cercare il confronto con persone che hanno operato scelte differenti ed anticonvenzionali( come Vanessa, che ha lasciato dopo 10 anni il suo rassicurante impiego per ricominciare da zero in una nuova città);
combattere le proprie insicurezze ed i limiti che spesso ci auto poniamo: io ad esempio, contrariamente a quanto molti credono, posso essere assai timida, quasi ossessionata dalla pulizia e piuttosto insicura del mio Francese. Ho scelto in questa situazione di evitare un rassicurante ma forse anonimo hotel per turisti , per alloggiare qui, incontrandomi per forza di cose con la mia simpaticissima Host, Anne , il suo simpatico coinquilino Alì e l’impatto inizialmente difficile con il wc separato dalla minuscola salle-de-bain, tipico delle antiche case Parigine in atile Haussman ( e non solo).

E tu, quali strategie adotti per superare la paura del cambiamento? Con quali limiti o convinzioni limitanti hai cercato finora di metterti alla prova? quali sono stati i risultati?
Non dimenticare di raccontarmelo nei commenti! Sarò felice di leggerli.

P.s. disponibile su richiesta la lista dei luoghi parigini del cuore della mia giornata con Vanessa 😉

Dall’impresa alla notizia: FISCH – Climbing the Grey Ocean Wall

Fisch_locandina

Le persone vengono nella tua vita per una ragione” scriveva Alda Merini.
Nessuna frase potrebbe rappresentare meglio ciò che ho vissuto in questo primo anno da“quasi- Freelance”.
Sono infatti trascorsi, o per meglio dire, VOLATI, dodici mesi da quando, l’incontro con la mia attuale Atleta Federica Mingolla e il Team di OpenCircle, ha dato il via ad una serie di idee e progetti a catena, primo tra i quali il cortometraggio che ha documentato la prima salita femminile in libera della Weg Durch Den FISCH, la conosciuta e temuta “Via attraverso il Pesce” in Marmolada.

Parete del Pesce

Weg Durg Den Fisch: sviluppo verticale

 

Come si è sviluppato esattamente questo connubio e quali sono le azioni che trasformano un progetto alpinistico fino a quel momento celato nel cuore e nei desideri di una giovane climber, in un circolo virtuoso che, tenendo al centro l’Atleta, riesce a catturare l’attenzione del pubblico verticale sulla sua impresa, mantenendolo con il fiato sospeso per diverse settimane?

Tutto nasce dalla volontà di Federica Mingolla, in questo caso, e dal suo forte desiderio di ripetere una via alpinistica dotata di grande fascino classico ed estetico, mai prima completata da una donna: il primo step è la condivisione di questo progetto con la sua Manager, ovvero io.
Seguono la stesura di un progetto grafico, che riporti uno storytelling legato all’ Atleta.

Non sto parlandodi una semplice Bio, quanto piuttosto dell’espressione della sua filosofia e dei suoi obiettivi di climber professionista: la grafica 2D non è sufficiente a catturare l’attenzione degli Sponsor, occorre un ingrediente in più. Il Movimento.

Un paio di mesi prima dell’impresa la Troupe di Open Circle , la manager, ovvero io e Federica in persona, realizzano in Grigna un primo trailer di presentazione dell’ atleta, un contenuto breve ma efficace, che punta dritto al cuore di chi, guardandolo, viene subito catturato dal Vertical Dream di Federica.

Io stessa mi emoziono ancora oggi nel rivederlo!

A questo punto inizia il contatto vero e proprio con gli Sponsor, sia quelli tecnici che seguono tutto l’anno l’Atleta, ( nel 2016 Federica era ancora supportata da Ferrino, Wildclimb, Sherpa Mountain Shop e il tutt’ora presente Petzl Italia) i quali avranno la precedenza nel supportare il progetto, che quelli diciamo più specificatamente “territoriali” .
Il contributo logistico del Consorzio Marmolada, nel reperimento delle location atte agli avvicinamenti di Federica e del suo secondo di cordata, così come di altri “local” ( uno per tutti Federico Sordini, instancabile abitante adottivo di Malgaciapela, ideatore del marchio di calze in lana ELBEC) risulta ingrediente fondamentale per la buona riuscita dell’operazione.

Il 16 Luglio 2016, in sole 18 ore e 27 minuti, Federica Mingolla ed il suo secondo di cordata, Roberto Conti, alpinista Bresciano, completano i 32 tiri lungo i 900 mt della Via attraverso il Pesce. In questa giornata, le uniche riprese sono quelle effettuate dai droni professionali di Dolomiti Tv.

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Federica e Roberto in cordata sul Pesce

Il giorno successivo è quello del CIAK: l’instancabile Federica ed il suo fido compagno ripetono la salita, questa volta solo fino alla celebre nicchia a forma di Pesce che dà il nome alla Via, sotto le videocamere e gli obiettivi di Pietro Bagnara e Klaus dell’Orto, che li seguono in parete lungo le statiche accompagnati dalla guida alpina Nicola Tondini.

Riprese panoramiche e time-lapse sono opera della creatività del videomaker Mirko Sotgiu.

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Pietro bagnara, Klaus dell’Orto e Federica in azione

 

A distanza di poche ore, mentre il comunicato stampa dell’impresa accompagnato dalle foto press di rito, ha già fatto il giro dei principali siti verticali, il Trailer è pronto e può essere rilasciato sul web.
Trascorreranno un paio di mesi di lavoro intenso, montaggio e post produzione, prima che il prodotto finale, dal titolo FISCH: CLIMBING THE GREY OCEAN WALL, possa essere rilasciato agli Sponsor e al pubblico.
Il 16 Ottobre il film viene presentato ufficialmente all’Aquila, in occasione del Festival della Montagna, con una serata interamente dedicata a Federica e alla sua giovane carriera alpinistica, dinanzi ad un pubblico di quasi 200 persone all’interno del suggestivo Auditorium Renzo Piano.

Festival_della_montagna_l'aquila

testworkshopFdM2016_P126811Seguiranno altre serate e proiezioni di FISCH durante l’inverno: ma adesso la neve è di nuovo sciolta, ed è tempo di pensare ad un nuovo progetto!

Qui potete rivivere le emozioni di Federica e di OpenCircle sulla Via del Pesce!

Arrivederci 2016: Storia di un anno difficile e straordinario.

Caro 2016.
Sei stato un anno lungo, forse più di altri. Difficile. Mi hai donato tanto, senza regalarmi mai niente.

 

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Il tuo avvio è stato in sordina, avvolto dalle ore implacabili in ufficio, “vacanze lavorate” mentre il nuovo mondo intorno a me si divertiva a fare il Turista, ho celebrato con ritardo il tuo arrivo.

Workers’ NewYear Eve” lo chiamano qui in Paese, il capodanno dei lavoratori, arriva al termine dell’Epifania: quando i turisti tornano tutti a casa, e lo Staff è finalmente libero di festeggiare.
Esattamente un anno fa celebravo questa ricorrenza: benedivo l’Epifania “ che tutti i cittadini porta via” con l’illusione di sentirmi così più “local”, più “worker”, meno diversa, più INTEGRATA.

Questa è la parola con la quale ho scelto di avvolgermi durante il tuo tempo: in un inverno mai abbastanza freddo, rallegrato da qualche nevicata tanto attesa, e dal mio compleanno in quota sci ai piedi, tanto lavoro, il corso di Fotografia a Torino, con i miei mercoledì di rientro al contrario, dalla città alla montagna, gli amici in visita, le serate in allegria ma anche quelle difficili, fatte di solitudine, di nostalgie, di una convivenza che ha stentato a trovare il proprio equilibrio, di dubbi e perplessità rispetto alle mie scelte.

La Primavera: una solo “apparente” rinascita. Ho quasi toccato il fondo dell’amarezza: cosa succede in un villaggio di montagna al disgelo, quando le folle colorate di turisti lasciano il posto alla quiete dell’interiore e i contratti stagionali terminano, e tutto quello che era il tuo piccolo mondo quotidiano si dissolve fino al prossimo inverno?

INTEGRATA. Potevo dirmi tale? Ci ho provato. Nuovo dentista, il gruppo di Corsa in montagna, dove di 6 o 7 ragazze appassionate runners, alla fine son rimasta solo io alla terza lezione con l’istruttore, la palestra, le gite di sci alpinismo in tarda primavera, lo Sport a qualunque ora io gradissi, “ Tanto il lavoro me lo gestisco Io”, le fughe a Genova, cercando ristoro in quella che al momento è quanto di più vicino io possa definire alla “mia vera casa”.

Ho dovuto toccare il fondo lasciando andare, questa volta il freno a mano, e quindi la mia amata automobile, per ritrovare la forza di ricominciare con una nuova ME.
Caro 2016, finalmente un po’ di sollievo. Qualche bella notizia: vecchi contatti, nuovi progetti, il riaccendersi di quella scintilla professionale che sembrava sopita e che invece brillava forte più che mai.

Tra tutti svetta il “progetto dei progetti”, quello che avrebbe dovuto portare completezza a due vite confuse e interrotte come la mia, e quella di una nuova socia. Women Power. “ Lavoriamo per sport, non per hobby” ci siamo dette. Ma le belle promesse ed i repentini entusiasmi non sarebbero state sufficienti.

A un estenuante inverno e a una timida primavera è seguita una delle più incredibili estati della mia vita: la mia prima fiera da Freelance, le prime produzioni da seguire, il mio primo film alpinistico da seguire e lanciare, ma anche le gite in montagna, le notti in Land Rover, la scoperta dei dintorni d’Oltralpe, vecchie passioni riemerse, come l’Arrampicata e nuovi compagni di avventura.

Una grande amarezza per quelli che invece lungo il cammino sono stati persi, ho hanno deciso di perdermi. Portandosi via in un bel fagotto quanto loro ho trasmesso e donato. “arrivederci e grazie_: è stato bello, ma insieme non funzioniamo”. Sarebbe stato bello scoprirlo un po’ prima. Ma tu caro 2016, sei stato anche questo: l’Anno che finora mi ha aperto più gli occhi di tutto il mio personale Calendario della vita.

Nuovamente un Autunno: colori magnifici, intensi, abbaglianti montagne, solitarie montagne, silenziose, romantiche, inquiete, impietose nei giorni di grigio e di pioggia. La bellezza della Natura ci sovrasta senza tregua e non ha alcuna pietà, per chi come me non ha dato libero sfogo alla sua necessità ancestrale di viaggio, di esplorazione, di scoperta, di mare, di piedi nudi sulla sabbia.

E poi finalmente un altro Inverno: la mia stagione preferita. O quella che credevo lo fosse, in Montagna.
Per fortuna non ti sei fatto attendere troppo: Novembre mi ha donato domeniche libere e neve fresca da solcare, nuove consapevolezze, un Amore barcollante ma comunque presente su basi salde ed alcuni nuovi clienti, quelli che avevo sempre sognato. Ci hai messo un po’ Caro 2016, ma sembrava ti fossi messo in riga. Quella dritta.

Invece a te le cose dritte non piacciono, e sai che non resisto a voler raddrizzare tutto ciò che è storto, perciò non avevi ancora esalato l’ultima casella di calendario che, zac! Un bel furto al portafogli a Natale ed un febbrone con tosse per terminare col botto il tuo compito.
Quello di aprirmi gli occhi, le orecchie, il cervello ma soprattutto il cuore.
Ho capito in 366 giorni, grazie alle tue dure ma necessarie lezioni, che la prima Integrazione è quella che dobbiamo trovare in noi stessi e con noi stessi. Con i nostri bisogni, i nostri limiti, ma anche i nostri reali desideri. Ora ne ho esattamente 357 per imparare a conoscerli, amarli ed accettarli.

Flavia; Gran Sasso; quote

Arrivederci e grazie di tutto caro 2016.
Ma anche no.

Ma tu, esattamente, che lavoro fai?

Bella domanda!
Sono accadute moltissime cose in questo incredibile 2016; mentre cerco di raccoglierle, incasellarle e ricondurle ad una categoria utile alla scrittura, per poterle raccontare qui nel Blog, il tempo inesorabilmente passa.
Trascorrono ore, giorni, settimane, mesi.

Come spesso accade quando si hanno troppe cose da fare, progetti da seguire e inseguire, treni da prendere al volo, e non solo metaforicamente parlando! trasferte da pianificare, Skype call da fissare, mail da evadere, time-line da schedulare, appuntamenti da non mancare…
Tendo pericolosamente a perdere di vista l’Obiettivo, che non è sempre e solo il Fare, ma soprattutto l’Essere.

Il tempo crudele fa squadra con Lui, il mio implacabile perfezionismo.
Fatto è meglio che perfetto!!!” ” Stop thinking, Start doing” continuano a ripetere le vocine nella mia testa.
Ed è così che pian piano, nei mesi trascorsi da Aprile a oggi, ho iniziato a pensarci po’ meno e a fare e osare di più.

Negli ultimi mesi, uscendo allo scoperto delle mie attività alcune persone mi hanno chiesto “Ma tu, che lavoro fai esattamente?” Per poi passare al” E come hai iniziato“?

Questo post ronza da mesi nella mia testa e nelle bozze, diverse fonti mi hanno dato ispirazione, finché un concetto mi è parso sempre più evidente: funziona un po’ come la ricerca dell’uomo giusto. Dovevo smettere di cercare.
Solo quando avrei smesso di chiedermi “cosa dovrei fare davvero nella mia vita?” per cambiare la prospettiva in “ che tipo di persona voglio diventare?”, le risposte sarebbero apparse lungo la strada.
E così è stato.

All’inizio di Aprile, ho ricevuto una telefonata completamente inaspettata, da parte di coloro che non potevo immaginare oggi sarebbero diventati i miei principali collaboratori: in quel momento, ho deciso di smetterla con le scuse e le lagne e i sogni che son desideri chiusi in fondo al cuor… e di tentare.
Ho scelto di regalarmi la vita che avevo sempre sognato di vivere, laddove ho deciso di vivere. Con i piedi ed il cuore in alta montagna, e la testa e lo sguardo in giro per il mondo.
La vera difficoltà dell’avvio dei miei attuali progetti non è stata affatto la stanchezza di una stagione invernale appena terminata, o i denti del giudizio da togliere, e neanche le vacanze da programmare che sarebbero comunque saltate a causa della mia macchina rotta.
E neanche la paura ancestrale della povertà.
No.

Il nemico più temibile da affrontare e stata quella vocina che continuava a insinuarsi in me, chiedendomi ” che titoli hai per fare questo lavoro?“. Ricordo ancora l’attimo esatto in cui ho deciso di superarla, e’stato come se all’improvviso qualcuno mi avesse detto che non c’era bisogno di alcun permesso esterno per fare questo lavoro.
L’unico modo era iniziare a farlo!

Da quel momento, il seguito e’stato piuttosto fluido, certo con le normali difficoltà del caso, ma con una costante sensazione ad accompagnarmi, quella di essere finalmente sulla strada giusta, almeno per me: e senza chiedere più il permesso a nessuno, come mi ha insegnato lei, ho iniziato a farlo (qui vi consiglio un’ottima lettura per liberarvi, una volta per tutte,della sindrome dell’impostore”).

Mi sono chiesta cosa so fare, cosa mi piace fare, ed ho iniziato a farlo.

Come un salto nel vuoto, ma con il paracadute.salto_nel_vuoto

So fare Marketing e ho una grande passione per gli Sport Outdoor, quelli faticosi che si praticano prevalentemente in quota.
Amo scoprire belle storie e scovare nuovi modi per raccontarle, con parole e immagini.
Mi piace mettere insieme i pezzi dei progetti, in un processo di cocreazione nato in seguito a quella telefonata di cui vi ho parlato sopra: sono arrivati gli OpenCircle e con loro abbiamo ampliato la nostra rete e le attività proposte ad aziende e territori montani.
OpenCircle_ Team_Grigna

Ho deciso che non sarei improvvisamente diventata un’ Athlete Manager, perché in realtà dentro di me lo ero già: ho incontrato la mia prima atleta da seguire, Federica Mingolla, detta Ming, con la quale è stata intesa a prima vista e da quel momento i suoi progetti ed i suoi sogni sono diventati anche un po’i miei.
Credo che ciò non mi sarebbe stato possibile se non avessi provato un’immediata fiducia nelle sue potenzialità e se non credessi ogni minuto fortemente in lei, come giovane donna è come Atleta professionista.

Good Sport Marketing Manager

Good Sport Marketing Manager

Ecco, ora forse capite cosa intendo dire quando affermo che mi sono accadute moltissime cose in questo incredibile 2016: ed io non vedo l’ora di raccontarvele nei prossimi post!

Un giorno devi andare

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Alle pendici di quelle montagne, che oggi sempre più tremano, e si sfaldano, io ci sono nata. Anni di gioventù spesi tra esse, senza mai salire fin lassù: sul Gran Sasso.
Poi arriva un giorno, e senti che devi andare.
Non sarà forse il giorno giusto: una scossa di magnitudo 6.2 con epicentro a soli 50 km dalla mia base, avvertita chiaramente durante la notte prima della partenza, tenta di dissuadermi dal programma stabilito da settimane. Corno Grande e Corno Piccolo in due giorni, con pernotto al Rifugio Franchetti.

Affronto il Corno Grande con tenerezza: era tra le cime preferite di mio padre che ne ha saliti i 2912 metri della Vetta Occidentale oramai vicino ai sessant’anni di età.
Il suo sorriso soddisfatto mi guarda ogni giorno dall’alto di un quadretto appeso nella mia stanza.

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Papà raggiunge finalmente il Corno Grande Vetta Occidentale 2912mt

 

La Direttissima per la Vetta Centrale, è sfidante, mai noiosa, un suggestivo itinerario non attrezzato con passaggi di 1°e 2°grado e tratti esposti. Perfetta per chi ama mettere le mani sulla roccia. Salgo leggera, ma concentrata, aiuto il mio fidanzato, meno avvezzo alla scalata, nei passaggi più complicati. L’arrivo in cima è epico, vorrei trasferirmi lassù, spaziando con lo sguardo tra il ghiacciaio del Calderone, la piana di Campo Imperatore, il Centenario e il fratello minore, solo di nome, il Corno Piccolo. Non ricordo mio padre ci sia arrivato.

Il mio viaggio non sarà concluso senza raggiungere quella Vetta: vi dormo vicina, cullata dalle sue guglie, tra le accoglienti mura del Rifugio Franchetti.

Il Corno Piccolo ha subito una piccola frana sulla parete Est, dovuta alla scossa avvertita due giorni prima. Nessun danno ha colpito le vie di accesso che sono dichiarate percorribili. Scegliamo la via “Normale”, una definizione che poco la rappresenta: raggiungere l’attacco è sfiancante, una discesa ripida e franosa. Anche la salita ha tratti non banali, è richiesto uso di mani e piedi e la via di ritorno sarà la stessa: il mio compagno ha paura, si ferma, vuole rinunciare.

Conosco la cosa giusta: ma non la faccio. Ci separiamo in un punto sicuro, a un centinaio di metri dalla vetta. Lo saluto, sparisco in una finestra di roccia, riappaio. Lui ancora lì, di spalle, non si volta. So che sta soffrendo. Sento che capisce.

Non avrei proseguito, in altre situazioni, altri luoghi, altre vite. Ma in questa vita il passato è uno e mi chiama. Un giorno devi andare.

Vetta_GranSasso-Corno Grande_2912

Flavia Sul Corno Grande

* questo post è stato ispirato da un mio racconto inedito a tema “Vagabondi delle Montagne” e sarà in concorso per il Blogger Contest 2016 di Altitudini

A volte ritornano.

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Ph.Credit: Maurizio Perron alias Lo Scultore

A volte ritornano anche dopo otto lunghi mesi di apparente “silenzio”: un Autunno, un Inverno, ancora Primavera ed ora l’Estate. Una vera e propria gestazione.
Il tempo a me necessario per arrivare oggi a sentire un’irresistibile e quantomeno inopportuna voglia di scrivere. Inopportuna, perché di qui a poche ore devo partire per una settimana itinerante tra Germania e Italia.

E, come sempre in questi casi mi accade, la valigia non è ancora pronta e in casa si respira una calma post-atomica.
Solo questa mattina, con il borsone ancora vuoto e il letto invaso da un’esplosione variopinta di abiti, mi sono resa effettivamente conto che, il viaggio che sto per intraprendere, rappresenta per me molto più che una semplice ordinaria trasferta in Fiera.

La mia prima meta è, infatti, l’Outdoor Show di Friedirichshafen: tornerò sulle rive del Lago di Costanza, all’interno della più grande Fiera dello sport Outdoor in Europa, per la mia quinta, o sesta volta.
Ma è davvero come se fosse la prima
.
Perché a questo giro, non sarò “protetta” dal grande nome della mia Azienda, non solcherò quei lunghi corridoi nei padiglioni quale Ambassador al servizio di un unico amato Brand: questa volta, il Brand da vendere sarà principalmente me stessa.
La mia passione, le mie capacità, le conoscenze acquisite in molti anni di gavetta nello Sport Marketing, la mia voglia di mettermi al servizio di questo mondo colorato e un po’ casinista, ma fortemente competitivo.
Sono impaziente di saltare sul prossimo giro di giostra, con l’equipaggiamento giusto nello zaino, pronta a divertirmi ma anche a entrare in conserva all’occorrenza.

Come ogni bella avventura che si rispetti, non sarò da sola in questa nuova esperienza: avrò in cordata con me il mio Team, i magnifici quattro di OpenCircle, Mirko, Pietro e Klaus, tre cavalieri indomiti professionisti dell’immagine in verticale e la frizzante Tatiana che si dividerà tra il nostro tour-de-force ed il suo impegnativo ruolo di corrispondente Outdoor Magazine.
Sarò inoltre al fianco di una giovane grande donna, Federica Mingolla, orgogliosa di sostenerla nella sua scalata non in parete, dove se la cava già benissimo da sé, ma nel trasformare la sua passione e il suo talento atletico in una professione.

Più di tutto, Incontrerò vecchi amici ed ex-colleghi che non vedo l’ora di riabbracciare e nuovi volti da imprimere in agenda ed in memoria: forse questo è l’aspetto più emozionante ed unico del grande Evento che sta per iniziare.
Ecco. Ora che le mie parole sono impresse nero su bianco, sono pronta a chiudere finalmente il mio borsone e a partire. Voi non avete idea di quanto sia difficile per me questo banale gesto.
E come diceva non ricordo più chi, comunque vada sarà un successo.

*Questo post è stato scritto in 15 minuti di getto e pubblicato in brutta. Chiedo venia per eventuali inesattezze 😉
Homeoffice_MSport_marketing_OutdoorFair2016

Un nuovo inizio

Cambiamento_vita__montagna

E così finalmente è fatta.
Il freddo fuori, la prima neve sulle montagne, i “nostri” panni stesi che impiegano una vita ad asciugare, i fiori che ho voluto sul “nostro” terrazzo che iniziano a richiudersi, il “nostro” gatto che vuole entrare al calduccio.

È davvero freddo lì fuori, Baby.
Ora smettila di scherzare, o se vuoi continuare, scherza pure ma solo col fuoco. Adesso si comincia a fare sul serio: niente più vita sospesa a metà tra giornate lavorative in bilocali cittadini e weekend nella casa di montagna.
Basta valigie del venerdì sera che mi aspettano in macchina all’uscita dell’ufficio, perché neanche ce l’ho più, un ufficio.
Anche se in realtà non è proprio così: il mio nuovo ufficio è una vecchia madia del Settecento, uno di quei “mobili” che si usavano nelle stalle per conservare il grano delle bestie, ma le mie gambe sotto non ci stavano mica, è stato lo Scultore a modificarla per me.

Ci sono voluti molti anni e altrettante stagioni, mutamenti continui, mille mila traslochi, diversi percorsi di crescita personale, differenti lavori, alcuni dolorosi lutti, perfino un terremoto e, sul finale (un gran finale!) anche un licenziamento in tronco affinché io capissi che era giunto il momento di cambiare.
I miei periodici spostamenti dovuti ad esigenze lavorative o di studio hanno portato con sé ogni volta una nuova casa, nuovi amici, differenti abitudini ed accenti sconosciuti alle mie orecchie.

Ma questa volta si tratta di un cambiamento molto più profondo, che comporta un diverso atteggiamento quotidiano pur mantenendo ferma la mia identità.
La strada verso l’accettazione di questo cambiamento è ancora lunga, e io sono lontanissima dalla perfezione, che peraltro rifuggo; ma adesso sono qui e posso dirlo, anzi, urlarlo al mondo:

LIFE IS GOOD
“I realize I came in feeling like a pair of crumpled pants, and now I’ve been handwashed and ironed and hung on a clothesline in the country. I am swaying in a summer breeze—I feel smooth and fresh and light”

È una frase di un articolo che ho letto qualche giorno fa che mi ha ispirato e che rappresenta esattamente, in così poche righe, come inizio a sentirmi rispetto ad alcuni mesi fa. Vi va di leggerlo e di farmi sapere cosa ne pensate? Ne sarei molto felice.